Molti hanno venduto l’IMEC come la “nuova Via della Seta”. Non è così !

19 Marzo 2026
La BRI cinese è una strategia globale, strutturata, già operativa: porti, ferrovie, investimenti diretti, controllo delle infrastrutture.
L’IMEC – la cosiddetta “Via del Cotone” – è un’altra cosa:
più politico che industriale, più leggero, per ora un progetto ancora in costruzione.
La verità è semplice:
non esiste un’alternativa alla BRI nel breve periodo.
Esistono invece corridoi diversi, con logiche diverse:
la BRI punta a integrare e controllare le rotte creando un collegamento via terra tra Asia ed Europa mentre l’IMEC punta a bilanciare e ridurre la dipendenza.
Sono due modelli distinti, ma complementari.
Chi li mette in contrapposizione non ha capito come funziona davvero la logistica globale. (R.Fuochi)

La crisi dei commerci: l’accordo India-Usa rallenta e il corridoio Imec va in stallo

Nuova Delhi avrebbe deciso di rinviare di alcuni mesi la firma dell’intesa con Washington in risposta alla decisione di Trump di avviare nuove indagini sui partner commerciali al fine di rivedere la propria politica tariffaria

Il percorso verso un accordo commerciale tra India e Stati Uniti entra in una fase di rallentamento proprio mentre la crisi energetica globale e la guerra in Medio Oriente ridisegnano le priorità strategiche dei due paesi. Secondo quanto riferisce la Reuters, Nuova Delhi avrebbe deciso di rinviare di alcuni mesi la firma dell’intesa commerciale con Washington, in risposta alla decisione dell’amministrazione Trump di avviare nuove indagini sui partner commerciali (fra cui l’India) al fine di rivedere la propria politica tariffaria.

L’accordo India-Usa era stato annunciato a inizio febbraio come un passaggio cruciale nei rapporti economici tra le due potenze, dopo una fase di relazioni tese e l’introduzione di dazi ad agosto, che avevano congelato il dialogo basato sull’adesione alla prospettiva del corridoio Imec. Il quadro d’intesa raggiunto a inizio 2026 prevedeva una riduzione dei dazi statunitensi sulle merci indiane dal 25 al 18 per cento, in cambio di una serie di impegni da parte di Nuova Delhi: tra questi la progressiva riduzione degli acquisti di petrolio russo, l’abbassamento delle tariffe sui prodotti americani e un piano per acquistare beni e servizi statunitensi per un valore complessivo di 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.

L’intesa avrebbe dovuto concretizzarsi con la firma di un primo accordo entro marzo, preludio a un più ampio trattato commerciale bilaterale. Tuttavia i negoziati hanno perso slancio nelle ultime settimane, complice una combinazione di fattori politici, energetici e giuridici. A complicare il quadro è stata innanzitutto la decisione della Corte suprema statunitense di annullare alcuni strumenti tariffari imposti dall’amministrazione Usa, creando incertezza sulla struttura dei dazi che Washington intende applicare ai partner commerciali. Dopo la sentenza, il presidente Donald Trump ha dato ordine di avviare una nuova indagine su sedici economie estere – tra cui India, Cina, Unione europea, Giappone e Corea del Sud – accusate di avere una “sovraccapacità strutturale” nei settori manifatturieri. Per Nuova Delhi si tratta di un ulteriore strumento di pressione negoziale. Fonti governative indiane spiegano che in questa fase l’India preferisce adottare un approccio attendista per capire quale sarà l’assetto definitivo delle tariffe statunitensi.

Sul piano ufficiale il governo indiano respinge però l’idea di uno stallo nei colloqui. Il ministero del Commercio ha precisato che i negoziati proseguono e che le due parti restano impegnate a raggiungere un accordo “reciprocamente vantaggioso”. Secondo funzionari coinvolti nel dossier, la struttura dell’intesa sarebbe già sostanzialmente definita, ma la firma potrebbe essere rinviata fino a quando il quadro tariffario americano non sarà più chiaro.

Il dossier commerciale si intreccia con la questione energetica, che nelle ultime settimane è diventata centrale nella relazione tra Washington e Nuova Delhi. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha infatti annunciato una deroga temporanea alle sanzioni contro il petrolio russo, consentendo alle raffinerie indiane di acquistare per trenta giorni greggio già caricato sulle petroliere e bloccato in mare. La decisione riflette la vulnerabilità energetica dell’India, che dipende dalle importazioni e possiede scorte strategiche sufficienti a coprire meno di un mese di domanda. Circa il 40 per cento del petrolio consumato in India arriva dal Medio Oriente attraverso lo stretto di Hormuz, oggi chiuso. Le tensioni hanno già avuto ripercussioni interne: diverse città indiane sono state attraversate da proteste legate alla carenza di gas da cucina, segnale della pressione crescente sul sistema energetico nazionale.

Per Washington, tuttavia, l’obiettivo strategico resta quello di spingere l’India a riequilibrare la propria politica energetica aumentando le importazioni dagli Stati Uniti. Il risultato è un quadro estremamente fluido, in cui politica commerciale, sicurezza energetica e tensioni geopolitiche si intrecciano. L’accordo tra Stati Uniti e India resta sul tavolo, ma la sua firma appare legata all’evoluzione del contesto internazionale: dalle indagini tariffarie americane alla crisi di Hormuz, fino alla ridefinizione dei flussi globali di petrolio. Il tutto mentre la prospettiva del corridoio Imec è tornata nuovamente in stallo a causa dell’escalation in Iran e della crisi geopolitica che attraversa ormai l’intero Medio Oriente.

Fonte: https://www.shipmag.it/