In Svizzera, l’esito del referendum (noto come iniziativa “No Billag” nella sua versione più radicale o le successive proposte di riduzione) ha confermato una visione precisa: il canone non è una tassa sul possesso, ma un investimento nella democrazia. Il 62% dei votanti ha scelto di mantenere un finanziamento elevato per garantire il pluralismo linguistico e la qualità dell’informazione, percepiti come pilastri della coesione nazionale.
Se trasportassimo questo scenario in Italia, il risultato sarebbe con ogni probabilità ribaltato per tre ragioni fondamentali:
Percezione del Valore vs. Costo
Mentre in Svizzera prevale l’idea che un servizio pubblico forte sia una garanzia contro le “fake news” e le influenze private, in Italia il canone RAI è spesso percepito come un balzello ingiusto. La qualità percepita della programmazione non sempre viene ritenuta all’altezza del sacrificio economico richiesto, portando l’elettore a votare “con il portafoglio” piuttosto che per il valore civico.
Indipendenza dalla Politica
Un punto critico è il legame tra governance e politica.
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In Svizzera: La SSR SRG gode di una struttura che la scherma maggiormente dalle interferenze dirette dei partiti.
La Svizzera usa il servizio pubblico per tenere unite quattro culture linguistiche diverse. L’Italia, pur avendo forti identità regionali, ha una lingua unica e un mercato mediatico privato molto aggressivo. Molti italiani ritengono che l’offerta commerciale (Mediaset, Sky, piattaforme streaming) sia un sostituto sufficiente, rendendo il canone un’eredità del passato difficile da giustificare.
